le mie foto sono piatte, piane, appiattite, bidimensionali. sono mosse, sfuocate, stralunate, come colpite da un battito e portate via con me. sono foto di riflesso, immediate, intraviste, a volte davvero riflesse. sono scattate attraversando situazioni e superfici, altre sono solamente scritte, altre ancora mancate. e poi ci sono i pali, e la gente che lavora o semplicemente sta lì, e io. assolutamente a colori. per ora.
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lunedì 12 settembre 2011


sveglia, colazione, scorta di tramezzini e acqua ed eccoci pronte per una giornata in Biennale, oggi tocca ai Giardini con i padiglioni nazionali e la seconda parte di esposizione proposta dalla Curiger, ospitata dal vecchio Padiglione Italia. c'è leggera coda all'ingresso, ma noi il biglietto l'abbiamo già, si entra, si gira a destra ed ecco la Svizzera con Thomas Hirschhorn e il suo Crystal of resistance:
Crystal of Resistance è il titolo del mio lavoro per il Padiglione Svizzero della Biennale di Venezia 2011. Con il mio lavoro Crystal of Resistance voglio porre tre domande. Primo: Il mio lavoro può creare un nuovo concetto di arte? Secondo: Il mio lavoro può svilupparsi in un 'Corpus critico'? Terzo: Il mio lavoro, oltre al pubblico degli amanti dell’arte, può coinvolgere un 'Pubblico Non Esclusivo'? A queste domande sul mio lavoro, a questi obiettivi e a quest’ambizione, o esigenza che io ho come artista, voglio dare una risposta col mio lavoro e nel mio lavoro.

Io credo che l’arte sia universale, credo che l’arte sia qualcosa di autonomo, credo che l’arte possa innescare un dialogo o un confronto - faccia a faccia - e credo che l’arte possa includere chiunque. Quando scrivo 'credo', lo faccio non solo perché lo penso, non solo perché ne sono convinto, ma scrivo 'credo' perché non si tratta di saperlo, non si tratta di dimostrarlo e non si tratta di provarlo, ma perché nell’arte, si tratta di credere.

Con Crystal of Resistance voglio realizzare un lavoro che sia irresistibile. Tuttavia, ciò può essere fatto solo qualora io riesca a realizzare un lavoro dal profondo del mio animo, ma non confondendo il profondo del mio animo, che anch’esso è sempre universale, con il 'personale'. Non posso raggiungere l’universale con il 'personale'. Il 'personale' non mi interessa, perché non è resistente in sé, perché è sempre una spiegazione, se non addirittura una scusa. Solo se il mio lavoro è in grado di oltrepassare i confini del 'personale', dell’accademico, dell’immaginario, del particolare, del contesto e della contemplazione, esso può essere efficace. Con mio lavoro Crystal of Resistance voglio ritagliare una finestra, una porta, un’apertura o semplicemente un buco nella realtà da oggi: questa è la breccia che, irresistibilmente, trascina tutto via con sé.
Thomas Hirschhorn
ora io non so se l'artista ha raggiunto il suo obiettivo e se ne è contento, è un padiglione pieno, pienissimo, quasi arruffato, comunica, incuriosisce, ma non incanta, perlomeno me, troppo affetta da horror vacui la sua arte, anche se alcune cose mi sono piaciute.


segue Speech matters ovvero il padiglione danese che ospita una mostra collettiva di artisti internazionali, curata da Katerina Gregos
(la mostra) esplora il tema estremamente attuale e complesso della libertà di parola. La questione della libertà di parola viene sempre più messa in discu ssione alla luce delle trasformazioni che stanno avendo luogo in tutto il mondo, sia nei regimi autoritari che nelle democrazie liberali, in cui le libertà civili sembrano essere oggetto di crescenti minacce. (...) L’obiettivo è provocare un dibattito ponderato e far emergere la complessità del tema della libertà di parola, che sembra essere utilizzato sempre maggiormente come vuoto slogan politico oggetto di un dibattito molto semplificato, parziale e populista. Si tratta in realtà di una questione estremamente complessa e spesso ambivalente che è condizionata da opinioni soggettive di carattere politico, sociale, culturale, religioso e personale. Proprio per questo il dibattito sulla libertà di parola è particolarmente relativo e aperto. La mostra si propone di mettere in evidenza alcune delle caratteristiche intrinseche, ambiguità e zone d’ombra relative al tema, sottolineando il fatto che la libertà di parola non può essere esercitata o applicata in forma programmatica o rigidamente prestabilita, e che i suoi confini non possono essere facilmente delimitati.
comunicato stampa
come intutte le mostre collettive ci sono cose che mi colpiscono, altre che mi lasciano perplessa, altre che mi divertono, altre ancora che mi portano riflessioni, in generale però un progetto a mio avviso riuscito, tra i tanti artisti in mostra segnalo Han Hoogerbrugge con un divertente video d'animazione, The garden,  video di Jan Švankmajer, il progetto fotografico An American Index of the Hidden and Unfamiliar di Taryn Simon e non ultimo A Second History un interessante progetto dell'artista cinese Zhang Dali, che riflette sul rapporto fra realtà storica e immagini, mostrando alcune foto utilizzate per la propaganda maoista cinese giustapposte ai negativi degli scatti originali pre-manipolazione: da vedere soprattutto per quelli che pensano che prima dell'era digitale la fotografia era documento di verità.


di fianco il padiglione nordico, quest'anno tocca alla Svezia. come sempre difficile per gli artisti in mostra sopravanzare la splendida architettura di Alvar Aalto che quest'anno mi regala uno scatto che mi piace davvero un bel po'.


segue il Venezuela con Espacios, in cui trova spazio anche la presentazione de Velada de santa Lucia, il progetto con cui Clemencia Labin trasforma Maracaibo in un museo d'arte contemporanea diffuso con il contributo di tutti gli abitanti della sua città. nel padiglione anche le immagini coloratissime e pop che più pop non si può di Francesco Bassim, oltre alle bianche pareti di carta pazientemente piegata di Yoshi.


ma è il momento di entrare in Russia che quest'anno ci da la possibilità di scoprire o ri-scoprire Andrei Monastyrski e l'ormai storico gruppo artistico da lui fondato, Collective Actions. al  di là del valore del gruppo, comunque molto interessante, il padiglione è come sempre ben allestito e offre buone occasioni di scatto.


eccoci in Giappone che quest'anno presenta le raffinate ed emozionanti animazioni video di Ayako Tabata aka Tabaimo, la cui visione ci sarà interrotta per permettere il recupero di un giaccone di uno spettatore distratto finito non si sa come in fondo ad una specie di pozzo-schermo: peccato!

si rimane in oriente con il padiglione coreano che propone il lavoro di Lee Yongbaek, The Love is gone, but the Scar will heal, dopo la brutta parentesi del 2009, la Corea torna a convincerm un progetto coerente, di impatto e contenuto. teoricamente lo spazio dovrebbe essere popolato da performer vestiti mimetici, ma oggi non ce ne sono, o meglio non ce ne dovrebbero essere... ringrazio la fotografa che ha deciso di prenderne il posto.

 a seguire il padiglione canadese dal titolo Exhume to Consume, mostra monografica di Steven Shearer, artista poliedrico che presenta un'enorme stele nera all'esterno piena di parole e molti quadri sicuramente ben fatti che ricordano la pittura della Secessione viennese, ma che non mi suscitano particolare entusiamo.

così come non mi entusiasma Egomania, che ha permesso alla Germania di aggiudicarsi il Leone d'Oro per la migliore partecipazione nazionale e che ripercorre in tre ambienti diversi l'attività artistica di Christoph Schlingensief. C'è il suo cinema, il suo Operndorf Afrika e soprattutto la sua Church of Fear. molto probabilmente il premio è meritato e io troppo stanca per apprezzare un'opera piena di rimandi colti e autobiografici.

meno male che subito dopo tocca al Padiglione della Gran Bretagna. Con I, impostor Mike Nelson ci catapulta in turchia, o meglio nella turchia che lui ricorda, e lo fa ricostruendola in scala 1:1 in un disorientante e affascinante percorso fatto distanze, cortili, laboratori, camere oscure, latrine. a completare la sensazione di straniamento la presenza di eteree signorine dotate di i.mac.


pochi passi e siamo in Francia, partecipazione quasi sempre foriera di proposte interessanti, quest'anno poi si va sul sicuro con Christian Boltaski, e la sua Chance: si tratta di un'installazione site-specific interna ed esterna al padiglione (fuori ci sono due sedie che chiedono se sarà l'ultima volta che ti siederai lì) che ci porta a riflettere, come spesso accade con le opere dell'artista, sul senso della vita e della morte. all'interno del padiglione scorrono in una gigantesca "rotativa-ruota della fortuna" immagini di neonati, quando un visitatore preme un pulsante la macchina si ferma e uno dei neonati è scelto, come sarà la sua vita? contemporaneamente si forma su un altro schermo un'immagine casuale formata da tre diversi frammenti provenienti dalle foto dei neonati e da altre rappresentanti uomini ormai deceduti, anche il visitatore partecipa al gioco, se le immagini dovessero creare un'immagine omogenea avrà vinto un'opera di Boltanski. si gioca ma intanto la vita scorre con le sue nuove nascite e i suoi nuovi decessi che vengono costantemente contabilizzati in due stanze laterali. come sempre un lavoro che mi affascina e mi coinvolge, nonostante la stachezza cominci a farsi sentire.


seguono l'Australia, con il lavoro di Hany Armanious, uno scultore che apparentemente si limita ad assemblare oggetti di uso comune, ma che in realtà li costruisce in resina di poliuretano con un processo molto lungo e laborioso (così così), gli Stati Uniti con il duo Allora & Calzadilla (presenti alla precedente edizione con un rinoceronte di terra) che, forti della presentazione della Gladstone di New York e della Lisson di Londra, presentano Glory, una riflessione sulla società americana contemporanea fatta di soldi, voli e fitness (quando la visitiamo noi non c'è alcun performer in azione e il tutto pare un filino così così, nonostante il grande impatto visivo del carro armato rovesciato appena fuori dal padiglione), la Spagna rappresentata da Dora Garcia  con il progetto L'inadeguato: sicuramente troppo teorico e complicato per la mia mente quasi allo stremo, anche se spunto di qualche scatto-clichè.


prima della pausa il Belgio e l'Olanda, io non ce la faccio più e quindi lascio a Monica la visita e ovviamente sospendo ogni giudizio sulle opere, preferendo l'assaggio di cafè zero che Algida promette essere un'intensa esperienza di gusto, sarà... a me pare un po' meno di così così. comunque fatta la sosta entriamo nel padiglione centrale sede della seconda (o prima) parte di ILLUMInations/ILLUMInazioni. lo spazio ospita anche l'ASAC ovvero la Biblioteca della Biennale che però è chiusa (meglio, chè altrimenti con Monica non so quanto ci saremmo state....).


la Curiger in questa parte di esposizione racchiude alcuni fra gli artisti più affermati e ci entro con molte aspettative che ahimè verranno parzialmente deluse. di seguito alcuni scatti e alcune annotazione sui lavori che in qualche modo mi hanno colpito. alla rinfusa e senza pretesa di esaustività!

entriamo, andiamo a sinistra, dove ci accoglie Classroom: partial exercises di Nicolas Paris: le lezioni sono finite ne rimane solo la documentazione.

.venezia, 16 agosto 2011, 15:17 by photocorti

dopo alcune sale popolate da video, ecco i curiosi automi dai lunghi capelli di Nathaniel Mellors, come tutte le cose interattive colpiscono e incuriosiscono, insomma ci si ferma a guardare.


venezia, 16 agosto 2011, 15:24 by photocorti

poi, finalmente, la sempre grande Cindy Sherman con una sala semplicissima, ma geniale, così come sempre sono i suoi scatti e le sue elaborazioni fotografiche. l'adoro!


la sala successiva pare essere la più interattiva di tutta l'esposizione, Norma Jeane (pseudonimo usato da un/una artista o un gruppo di artisti) presenta Who's Afraid of Free Expression?: inizialmente un parallelepipedo in plastilina con i colori della bandiera egiziana, ma gli spettatori che hanno il compito di toccare, modificare, creare con l'opera si sono applicati e ora la plastilina è ovunque (nella stanza però che è vietato farla uscire da lì: va bene la libertà di espressione, ma che sia limitata mi raccomando!).


subito dopo la stanza di Pipilotti Rist, altra artista che mi piace molto, Illuminazione consta di tre monitor con delle strane vedute ottiche tratte da Canaletto e rielaborate dalla geniale artista svizzera, forse un'opera minore rispetto alle ultime presentate anche nelle scorse Biennali, forse un'opera un po' troppo museo del cinema, ma comunque interessante e piacevole da osservare.

c'è poi il para-padiglione di Monika Sosnowska, Antechamber, che ospita, oltre ad una seconda opera di Haroon Mirza, Ex-offenders at the scene of crime il lavoro del fotografo sudafricano David Goldblatt che ritrae ex-carcerati sul luogo in cui hanno commesso il crimine per cui sono stati dichiarati colpevoli, il tutto accompagnato da un lungo racconto scritto della loro vita e del loro crimine. alcune immagini mi colpiscono molto, alte un po' meno, non ci vedo una grande unitarietà stilistica e il progetto (perlomeno le parole che lo accompagnano) un po' troppo "giudicante": dovrò ripensarci su, però.


in mostra anche gli scatti Luigi Ghirri: ho finalmente l'occasione di vederne qualcuno dal vivo, dopo tante parole sentite al riguardo, è una fotografia gentile, rarefatta, silenziosa, quasi velata e circondata da ovatta a toglierne i rumori, mi piace, studierò. e, a parer mio, nel para-padiglione della Snosnowska ci stava forse meglio lui.

e anche Fischli & Weiss, altre star dell'arte elvetica, altri artisti che conosco e che mi piacciono un po' e che mi deludono, o meglio poco comprendo con quella luna e quei solidi grigi, quasi buttati là in una sala anonima, qualsiasi (ma a questo punto inizia a sorgermi il dubbio che non siano le opere il problema, ma la loro collocazione...).

e ancora i calchi in silicone dell'iraniana Nairy Baghramian, silenziosi anche loro, forse troppo, comunque ecco un estratto dal catalogo:
l'installazione presenta il guscio, la storia possibile di un gruppo scultoreo compiuto. Come in gran parte delle sue opere, l'artista usa il contesto, confrontandosi in questo caso con quello del cubo bianco quale luogo ideale per esporre opere d'arte (assolutamente decontestualizzate) attraverso l'introduzione di un altro guscio che mostri l'interno, il discorso che viene generato persino da questo ambiente candido.
Pieternel Vermoortel

al centro, la sala dedicata al Tintoretto, non si può fotografare, non si capisce cosa sta lì a fare, ovunque i piccioni di Maurizio Cattelan che, decisosi ad interrompere la sua attività d'artista per curare riviste fra cui Toilet Paper, ripresenta, aumentati, i piccioni impagliati della Biennale '97.


arriviamo alla fine del padiglione e ancora mi sfugge il senso di questa esposizione, il perchè di questi artisti e perchè son stati messi lì invece che là.

comunque qua trovate l'introduzione della Curiger alla sua Biennale, mentre qui di seguito le 5 domande agli artisti del mondo, fatte dalla stessa a tutti gli artisti invitati e che dovrebbero quindi ILLUMInarci sul senso del tutto:
Dove ti senti ‘a casa'? Il futuro parla in inglese o in quale altra lingua? La comunità dell'arte è una ‘nazione'? Quante nazioni senti dentro di te? Se l'arte fosse una nazione, cosa ci sarebbe scritto nella sua Costituzione?
Bice Curiger
sarà? c'è ancora tempo, fuori visitiamo il padiglione di Israele. nessuno scatto, ma interessante, come quasi sempre: quest'anno presenta il lavoro di Sigalit Landau, videortista nata a Gerusalemme, su tutti il video Salt Crystal Shoes on a frozen Lake. segue quello ungherese: Crash - Passive Interview è un'opera lirica perlomeno singolare con cui Hajnal Németh fa raccontare storie di quotidiani incidenti stradali da operai di una fabbrica di automobili; delirante e affascinante nello stesso tempo. il tempo manca, la stanchezza avanza, io rinuncio a visitare altro, e mi siedo davanti all'Austria speranzosa che anche questa volta sia generosa con me.


ormai anche gli altoparlanti avvisano che i giardini stanno per chiudere, giusto il tempo per uno scatto a due dei tanti cappelli amanti dell'arte... a fra due anni!

giovedì 8 settembre 2011

dopo un caffè, anzi due, chè il primo si è rovesciato, riprendiamo la visita, entrando nella zona dell'arsenale dedicata ai diversi padiglioni nazionali. si comincia con l'Arabia Saudita, alla sua prima partecipazione ufficiale, con la mostra The Black Arch, tutta al femminile, con molti rimandi colti, che comprendi solo se lo sai, o forse se decidi di rimanere in contemplazione dell'opera a lungo.

subito dopo il bel padiglione argentino con l'opera di Adrian Villar Rojas, Ahora estaré con mi hijo, installazione site-specific di enormi statue d'argilla dalle forme più disparate che mi affascina e colpisce, facendomi entrare in un mondo fantastico e inquietante, diretto discendente del miglior fumetto di fantascienza.

all'interno del padiglione indiano (alla prima partecipazione ufficiale) trova spazio la bellissima installazione di Gigi Scaria (indiano, a dispetto del nome), Elevator from the Subcontinent.  entri in un ascensore e inizi a scendere o a salire, sulle tre pareti scorrono le immagini delle case che l'ascensore attraversa, immagini fotografiche che ci raccontano con geniale semplicità le stratificazioni sociali e architettoniche proprie di ogni città, ce le fanno vivere in una sorta di reportage fotografico emozionale: bello e significativo!

a seguire un altro padiglione interessante: la Croazia presenta infatti  One Needs to Live Self-Confidently... Watching che, al di là delle opere di Antonio G. Lauer a.k.a. Tomislav Gotovac, performer e regista attivo negli anni '60 e  '70, comunque interessanti, presenta il lavoro del collettivo BADco., con un'opera concepita come teatro attraverso altri mezzi, che gioca sulla capacità delle immagini di modificare le nostre percezioni spazio-temporali grazie ad un sapiente e divertente lavoro di sovrapposizione, montaggio, sostituzione di immagini.

altra sala, altra nazione, gli Emirati Arabi Uniti tornano con Second Time Around, una collettiva di tre artisti contemporanei molto diversi fra loro, fra cui le fotografie e i  fotomontaggi di Lateefa bint Maktoum: sarà che il padiglione è molto ordinato, sarà che il caffè fa effetto, sarà che da dopo la pausa la mostra è decisamente più interessante e riuscita, ricomincio a scattare.


a chiudere il percorso delle Corderie Entre siempre y Jamas ,una mostra, promossa dall'IILAche, partendo da una poesia dell'uruguaiano Mario Benedetti, presenta il lavoro di venti artisti latinoamericani fra cui Regina Josè Galindo, troppo piena per me, soprattutto di video, richiederebbe del tempo che non ho, quindi esco all'aria aperta


e poi via con il delirante Padiglione Italia a cura del celeberrimo Vittorio Sgarbi.
Per il Padiglione Italia, si è pensato di non cedere alla tentazione di una scelta arbitraria, ma di interrogare intellettuali, scrittori, filosofi, poeti, musicisti e persone di alto sentire che volessero indicare il nome di un artista vivente, attivo negli ultimi dieci anni, da loro ritenuto più interessante e significativo. Saranno 150 i "segnalatori" della sezione Lo stato dell'arte nel 150° dell'Unità d'Italia (...). 150 testimoni di una raltà che non può essere esiliata in un ghetto avvalorando la tendenza delle gallerie d'arte. 150 punti di vista, per una rappresentazione caleidoscopica e libera dal pregiudizio di un critico che abbia la sua squadra, le sue predilezioni, i suoi protetti. (...) la sezione L'arte non è Cosa Nostra vedrà invece la fedele riproduzione del Museo della Mafia di Cesare Inzerillo. Ma il Padiglione Italia vero e proprio sarà altrove, sarà in tutta Italia (...) Ogni sede sarà Padiglione Italia, consentendo l'esposizione di circa mille artisti in corrispondenza con l'epopea dei Mille nel 150° dell'Unità d'Italia. (...) Mi affiancano, per questa titanica impresam critici e studiosi per esaminare la grande quantità di materiali che arrivano alla mia attenzione.
Dunque "et et", lontani dall"aut aut" cui i critici-curatori-infermieri ci hanno obbligati fino a oggi.
Vittorio Sgarbi
riportato fedelmente lo Sgarbi pensiero, dopo aver consigliato ai futuri visitatori di noleggiare la splendida e illuminante audioguida che accompagna l'esposizione, ecco alcune immagini del Padiglione

si entra e si pensa di essere capitati per sbaglio nel magazzino di telemarket (lo studio non può essere, non c'è spazio per le telecamere), per terra scatole di compensato con i nomi degli artisti e del loro "selezionatore", lì vicino, alle pareti, per terra, appoggiati a scaffali centinaia di quadri, statue, disegnetti, un vero caleidoscopio disorientante di arte buttata lì, quasi a caso, e allora cominciano a sorgere i dubbi sul senso del messaggio sgarbiano: forse il curatore vuole dirmi che non c'è speranza, l'arte non è cosa italiana, o che non è cosa che c'entra con il padiglione da lui (avvezzo da sempre al plurale maiestatis) curato, o che in Italia basta essere nelle grazie di qualcuno che conti per arrivare in Biennale? ma allora perché quelle parole sul catalogo? una presa in giro? comincio a pensare che il guazzabuglio sgarbiano non mi comunichi un senso che riesco a condividere.

sospendo ancora il giudizio, smetto di farmi domande e mi sposto verso la zona dedicata al museo della mafia in cui troneggia una specie di chiesa con al centro un'Italia crocefissa grondante sangue, opera del pluripresente Gaetano Pesce (sue anche due poltronone nel giardino confinante), di fianco le altrettanto pluripresenti (si veda in giardino) opere (belle per carità) di pasta di sale fatte niente po' po' di meno che dalle sapienti mani di donne e uomini di Salemi (di cui il valente curatore credo continui ad essere sindaco), e l'angolo critico in cui il nostro si autoincensa grazie anche ad uno splendido e sponsorizzato schermo televisivo, oltre che a copie fotostatiche di articoli a lui favorevoli, e ancora pittura alle pareti, scultura in terra, opere multimediali, seppur più rade, di qua e di là. forse perchè posizionata in una stanzetta separata, trovo un'opera di mio gradimento, semplice, non barocca, quasi bianca; non mi ricordo chi l'ha fatta, ma eccola qua, anche nella speranza che qualcuna o qualcuno mi faccia sapere di chi è...

saliamo al museo della mafia, vero e proprio, e quasi subito ci imbattiamo ne La classe morta di Cesare Inzerillo con le sue mummie al neon. Inzerillo è uno dei protetti di Sgarbi (lo ha paragonato a Caravaggio), gli altri si riconoscono, per lo più, per lo stile fra il macabro e il kitsch (si pensi agli uomi sbruciacchiati di Aron Demetz, messo in mostra dallo stesso al PAC quando era assessore a Milano, o gli uomini prostrati di Velasco Vitali, nel padiglione confinati in una specie di sottosoppalco); e chissà come mai, alla faccia delle dichiarazioni pro-democrazia, di macabro e kitsch è pieno l'intero padiglione. non so come mi viene in mente un'altra possibile interpretazione del titolo dato al padiglione, l'arte non è cosa nostra (nel senso di collettività), ma è cosa sua, cioè di Sgarbi e dei suoi amici e compaesani... può essere. comunque il museo della mafia a me pare nient'altro che un museo a tema, didattico, al punto da sembrare quasi didascalico, anche se ospita artisti di chiara fama come Inzerillo e a Salemi provoca svenimenti e malori fra i visitatori al punto da costringere il sindaco Sgarbi a vietarne la visione ai minori di 16 anni.


comunque tocca scendere e visitare anche l'altra metà del padiglione (con anche una sezione dedicata alla fotografia curata da Italo Zannier), sempre accatastato, arruffato, confuso, più patriottico di prima (mi stavo quasi dimenticando dei Mille, mannaggia a me!) pitturato alle pareti, ingombrato sul pavimento da arte bella o brutta, non si sa, e neppure importa pare, quasi quasi è meglio scappare.


fuori in giardino, dove troviamo gli ultimi rimasugli del Padiglione Italia, con sculture e installazioni di grandi dimensioni: non ce l'ha faccio più. mi sposto verso l'inconsueta opera olfattiva che apre il padiglione cinese (o lo chiude, dipende da dove si entra), si tratta di Cloud tea di Cai Zhisong, vapore al the sprigionato da nuvole bianche sospese. all'interno Pervasion, questo il titolo dato dal curatore, continua con un percorso fatto di sensazioni rarefatte, quasi impercettibili che non sono stata forse in grado di apprezzare appieno, troppo il contrasto con quanto visto prima. la locations, un ex magazzino dell'olio, rimane comunque la più affascinante e magica di tutta la Biennale capace di regalarmi visioni quasi extraterrestri.

dopo la Cina, alcune opere sparse nelle nuove aree recuperate nel giardino delle Vergini, il tempo però è tiranno e l'orario di chiusura sta per arrivare, diamo un'occhiata veloce ad alcuni dei video presentati (sicuramente interessanti) e a qualche opera, lasciandoci poi rapire dal giardino regalato all'Arsenale da Piet Oudolf, geniale paesaggista olandese vincitore, appunto con quest'opera, del Leone d'Oro alla  12° biennale d'architettura nel 2010. il tempo è finito, l'arsenale chiude e i visitatori sono pregati di raggiungere l'uscita. venezia è fuori che ci aspetta.

lunedì 29 agosto 2011


solitamente il lunedì la biennale è chiusa, lunedì 15 agosto 2011 no: è aperta per festività. le previsioni meteo non sono delle migliori, allora optiamo per l'arsenale con fra l'altro il famigerato padiglione italia.
prima di arrivarci ci imbattiamo in ... what if roots could grow in the waters of Arsenale?... di Dalya Luttwak, niente di più niente di meno che delle radici rosse metalliche che si inerpicano fra le torri d'entrata dell'arsenale, piacevole.


acquistati i biglietti da un'addetta gentile e canticchiante, prima di entrare, visitiamo proprio di fronte all'ingresso il padiglione frog-topia. hong-kornucopia, partecipazione ufficiale di hong-kong che, in stile rave party berlinese, racconta i molti anni di pratica artistica di un performer colorato, confusionario, alternativ-furbo che, come se non bastasse, mi crea non poca rabbia quando scopro che ha pitturato di rosa una splendida porta veneziana che nel 2009 mi aveva regalato uno dei miei scatti veneziani preferiti (per i curiosi lo potete vedere qui).


lasciato il caos ranesco, un salto al bookshop per acquistare il catalogo versione light e siamo pronte per l'arsenale che racchiude sia padiglioni nazionali sia una parte della mostra curata direttamente dalla contestata Curiger.


nella prima sala ecco il primo dei quattro para-padiglioni voluti dalla curatrice elvetica.
forse questa sarà una delle novità più visibili: ho creato quattro nuovi para-padiglioni, come mi piace chiamarli. Si tratta di strutture architettoniche realizzate da quattro artisti (Song Dong, Monika Sosnowska, Oscar Tuazon e Franz West), una serie di opere-ambiente, a metà fra scultura e architettura, all’interno delle quali troveranno posto opere di altri artisti, in alcuni casi scelti da me, in altri suggeriti dagli stessi autori dei para-padiglioni. Sono opere d’arte che però hanno una funzione di ospitalità, in cui ho cercato di incoraggiare forme di coesistenza, di vicinanza e anche di attrito, che ovviamente sono più estreme che nelle normali stanze di un’esposizione. Ovviamente l'idea dei para-padiglioni è nata da una serie di riflessioni assai diverse: non c’è mai solo un’idea dietro a una mostra. In primo luogo mi interessava guardare alla storia della Biennale di Venezia, con i suoi padiglioni nazionali. Dall’altra, mi sono ritrovata spesso a ripensare alla Biennale di Francesco Bonami del 2003, nella quale c’erano questi improvvise concentrazioni di energia, queste mostre nelle mostre in cui molti artisti e molte opere erano coinvolte in un dialogo più serrato. Volevo anche sfuggire al ritmo ripetitivo che si impone negli spazi dell’Arsenale, in cui un’opera segue l’altra in maniera quasi sempre identica a se stessa, e cosi ho deciso di privilegiare questi incontri tra opere di dimensioni diverse. Volevo creare situazioni più concentrate.
Bice Curiger
il cinese Song Dong per il suo spazio d'artista ospitante, intelligenza della gente povera, ha voluto ricreare, attraverso ante di armadi e leggeri bambù, la fragile e intima atmosfera che respirava nella casa paterna a Pechino. l'esito è sicuramente intrigante ed emozionante, anche se forse più opera d'arte e poco para-padiglione, nel senso che non mi è parso dialogare poi molto con le opere degli altri due artisti presenti in sala, Yto Barrada (alle prese con le rubriche telefoniche di sua nonna analfabeta e con altri ricordi di infanzia: interessante progetto un po' freddino negli esiti) e Ryan Gander (che soprattutto viste le altre cose sparpagliate nel  prosieguo dell'arsenale non mi convince neanche un po'). Comunque alla fine grazie al lavoro di Song Dong una delle sale più belle, per me.



la seconda sala delle corderie propone Rashid Johnson (scultore e fotografo) con degli pseudo-scaffali adatti ad un loft di lusso, raccontanti storia afro-americana molti intellettuale
le mie sculture hanno come obiettivo che tutti i materiali coabitino in una lingua nuova, con me per autore
Rashid Johnson


di fianco, Mai-Thu Perret, svizzera, piena di contenuti e rimandi colti, che a me, però, pare una vetrinista mancata, Ida Ekblad, norvegese che preferisco quando costruisce cancelli e gabbie per uccellini a quando fa della pittura, Andro Wekua, nato in georgia, abitante a zurigo, che espone una serie di plastici di edifici legati ai suoi ricordi di infanzia, e per finire le immagini cromogeniche di Annette Kelm che ancora non ho capito se trovo interessanti oppure no.



nella sala successiva, finalmente della fotografia come può piacere a me, è quella dei Bird Head, un collettivo fondato nel 2004 da Song Tao e Ji Weiyu, due fotografi abbastanza giovani che raccontano con immagini a colori e in bianco e nero la vita quotidiana a Shanghai, snap-shot apparentemente scattati a caso che rivelano però occhio compositivo: in mostra quattro pareti di immagini, alcune delle quali molto belle, altre ovviamente meno, comunque capaci di raccontare come vive Shanghai, o meglio come vive qualcuno a Shanghai.
 

poco più avanti ancora fotografia con Dayanita Singh: indiana, nata nel 1961, è presente con due lavori apparentemente molto diversi fra loro. il primo, file room, mi parla di un passato forse scomparso, sicuramente non più importante, attraverso un'interessantissima e molto classica serie di scatti in bianco e nero dedicata a stanze d'archivio in stato di quasi o totale abbandono. il secondo, dream villa slideshow, ospitato all'interno dal parapadiglione di Franz West (artista austriaco, vincitore di uno dei due leoni d'oro alla carriera assegnati dalla Curiger), mi racconta un viaggio onirico, silenzioso, delicatamente colorato in un India privata ed intima, lontanissima dai cliché cui mi hanno abituata anni di immagini reportagistiche.


poco dopo, il "leporello di 12 metri" di Mariana Castillo Deball mi offre l'occasione di uno scatto


così come le fotografie fra il naturalistico e il "ma... chissà... anche no" di Jean-Luc Mylayne


a questo punto, per non essere da meno, prendo il coraggio a due mani e decido di iniziare un nuovo progetto d'artista con il primo autoritratto d'ombra (aspettatevene molti altri che per me la cocciutaggine progettuale è condizione d'artista...)


qualche passo e nella sala che ospita l'installazione con video di Shahryar Nashat, anche Monica, forse perchè ha evitato di sedersi sulle panche d'artista, pare un filino perplessa, nonostante l'illuminante descrizione presente sul catalogo, o forse proprio per quella:
(...) Nashat si concentra sul trasferimento degli oggetti artistici all'interno dei musei o da esse verso l'esterno e, insieme, sugli apparati museografici che stabiliscono i modelli di pensiero e movimento dello spettatore. Il suo video è collocato in un ambiente appositamente disegnato, che comprende una serie di panche realizzate in un gesso resistente. Mentre egli recupera l'ambiente espositivo, il pubblico continua a essere ingannato da quell'ambiente e si sforza di trovare strumenti con cui valutare la sua costante manipolazione all'interno di esso.
Gemma Sharp


nel corridoio seguente, alcuni plexiglass colorati appoggiati alla parete aumentano la mia perplessitudine, occasione per provare un riflesso un filino diverso dal solito


poco più avanti la sala proposta da Urs Fischer in cui alcune statue di cera (fra cui una copia del Ratto delle sabine del Giambologna)  bruciano, modificandosi man mano che il tempo passa, la sala, di sicuro effetto, scatena i clic dei visitatori e quindi anche i miei...


nella grande sala che segue ecco l'installazione colorata di Anna Titova, giovane artista russa
L’opera di Anya Titova tratta la produzione dello spazio e dubita della potenzialità delle strutture post-utopiche. Le installazioni di Titova, fatte di travi, griglie sospese, cubi minimalisti, plinti e piattaforme di esposizione etnografiche o consumistiche, ricordano la scultura pubblica e l’anarchia che esse possono provocare in forma di graffiti, impronte digitali e scritte aggressive sulla sua superficie. Mettendo insieme un minimo di elementi, l’artista crea coscienza del modo in cui diverse proprietà dei materiali, composizione e colore possono confrontarsi e modellare il comportamento fisico del pubblico. Nel costruire strutture astratte biomorfiche e oggetti difettosi e macchiati, la pratica di Titova fa riferimento alla critica che definisce la forma minimalista brutale e imperiosa. Ma il suo lavoro è pervaso dall’ambiguità: esasperando e attaccando questa contorta logica di potere, reifica la qualità autoritaria del momento che tende a disonorare.
Jacques Testard

sarà che siamo quasi in zona bar/bistrot e la stanchezza e la fame iniziano a farsi sentire, ma non sono la sola a non soffermarmi molto sul valore dell'installazione...


è con sollievo che sprofondiamo sui comodi divani che permettono la visione di The Clock, opera al confine con la cinematografia, che ha permesso all'americano Christian Marclay di vincere il Leone d'oro per il miglior artista. La giuria ha così motivato la scelta:
Marclay negli ultimi trent’anni ha scardinato i confini tra i diversi generi e forme artistiche. The Clock è indubbiamente un capolavoro. 
l'opera consiste in un film della durata di ventiquattro ore composto da migliaia di sequenze tratte da altri film in cui i personaggi interagiscono con il tempo, spesso compaiono orologi che, come per magia, segnano esattamente l'ora in cui lo spettatore sta vedendo l'opera di Marclay. prima di tutto, un enorme omaggio al cinema e forse la dimostrazione che il cinema è ancora preferibile all'arte contemporanea (ovviamente ogni mio interesse privato non ha inciso minimamente in questa mia ultima considerazione)


dopo una ventina di minuti di visione, finalmente il bar bistrot, fotogenico come spesso accade nei luoghi d'arte, perlomeno per me


non ci sono testimonianze fotografiche, e me ne dispiace, dell'opera che più mi ha colpito in questa parte di ILLUMInazioni, ovvero l'installazione di Haroon Mirza, The National Apavillion of Then and Now, oltre che dell'interessante Untitled (Trashcan) di Klara Lidén e di ovviamente molte altre che però meno mi han colpito... ma attenzione all'Arsenale si prosegue, dopo la sosta al bar, con alcuni padiglioni nazionali, fra cui quello italiano.